AQUILA ALTERA

Casella di testo: Associazione per la Musica Antica

 

 

 


DE BON PAROLE

il codice di Rocca di Mezzo e la musica antica in Abruzzo

 

Maria Antonietta Cignitti

superius, arpa

 Emiliano Finucci

altus, viella  

Simone Polacchi

tenor

Antonio Pro

tenor, liuto, chitarra a 5 ordini

Giampiero Cicino

canto

Luciana Mattioli

flauti dritti, flauto e tamburo

Marco Giacintucci

viella, violino

Domenico Rago

viola da gamba

 

concerto Biblioteca Casanatense

 

concerto Biblioteca Casanatense

 

concerto Biblioteca Casanatense

 

Hodie Maria Virgo. LIVE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L'Abruzzo  nel  Medioevo e nel  Rinascimento,  fu  uno dei  luoghi tra  i più fecondi nell’ambito della storia  musicale e culturale italiana.

 Infatti, in quegli anni,  in un Italia  solcata da correnti internazionali di commercio e di cultura, l'Abruzzo fu tutt'altro che una terra periferica o isolata.

In epoca federiciana ed angioina L'Aquila fu per due secoli la città più importante del regno dopo Napoli e l’Abruzzo fu terra adorna di splendide città e di splendidi monumenti, i cui destini erano retti da un sistema feudale solido e articolato. In seno alle comunità religiose, ricche di beni ed influenti, si diffuse l'uso della polifonia.

 

Il codice di Rocca di Mezzo, protagonista di questo concerto, è appunto l’espressione della ricchezza dell'antico patrimonio musicale abruzzese e di come anche in piccoli centri abruzzesi vi fossero istituzioni in grado di formare o assumere cantori specializzati in repertori che richiedevano competenze tecniche non certo marginali.

 

Il codice è una raccolta di brani polifonici conservata presso la chiesa di Santa Maria della Neve a Rocca di Mezzo.

Esso fu donato alla chiesa da Don Cicco Marini, come annotato sul recto dell’ultima pagina.

Le composizioni polifoniche iniziano dalla carta numero 39 e sono state inserite probabilmente tra il 1570 e il 1590 da quattro amanuensi diversi, presumibilmente di origine francese.

Le composizioni, tutte sacre tranne una, dimostrano di essere fortemente influenzate dallo stile franco-fiammingo. A parte un brano di Josquin, le altre musiche sono opera di anonimi o di una coppia di autori a noi sconosciuti, Laurentius Gasparinus, o Gaspard e Johannes de Oleo. Di questi, il più interessante è indubbiamente il primo.

Gaspard era probabilmente di origine transalpina, ma su di lui non abbiamo alcuna notizia certa; pure, si rivela un buon autore e per uno dei singolari casi della storia, l'unica fonte che conservi sue musiche è il codice di Rocca di Mezzo. Johannes da Oleo era invece italiano e la sua unica composizione, il mottetto Hodie Maria Virgo caelos ascendit è un brano dal contrappunto severo e lineare, omoritmico; è polifonia semplice, modulare, nello stile della lauda polifonica.

L'unico brano profano di Rocca di Mezzo, "Se me voi morto" come accade di frequente nelle raccolte musicali del Rinascimento, si mescola senza alcuna contraddizione apparente ai brani religiosi. Si tratta di una villanella alla napoletana a tre voci, genere di colore popolaresco assai in voga nel Cinquecento.

Ma i canti di Rocca di Mezzo non sono l’unico esempio importante della musica antica in Abruzzo, proprio per questo il nostro concerto, come a corona di questo prezioso codice, presenta autori e brani tra XV e XVI secolo che hanno dato e danno lustro alle terre abruzzesi.

 

Tra costoro, uno dei più grandi fu indubbiamente Antonio Berardo da Teramo detto Zacara. Egli fu uno dei maggiori musicisti del suo tempo, tra i massimi rappresentanti dell'Ars Nova italiana, ma padroneggiò con maestria anche l'esoterico e raffinato stile internazionale conosciuto come ars subtilior.

Zacara fu indubbiamente musicista di grande genio, ma la vastità dei suoi orizzonti deriva anche dalla vivacità dell'ambiente musicale in cui crebbe e si formò.

 

Il contemporaneo Ricci de Nucella è conosciuto per una sola composizione: De bon parole tal pronto se fa, contenuta in un manoscritto della biblioteca di Strasburgo. La presenza in un codice transalpino dell'unico brano pervenutoci di un musicista abruzzese altrimenti destinato all'oblio, è un'ulteriore testimonianza di quanto assidui fossero, nella regione, i legami con la polifonia d'alta scuola.

 

Una conferma ancora, se ve ne fosse il bisogno, ci viene dai Corali di Guardiagrele, che risalgono ai primi anni del Quattrocento. I codici presentano, accanto al repertorio monodico, delle polifonie in stile italiano che trovano concordanze in manoscritti romani e senesi. Contengono anche un interessante esempio di contrafactum, ovvero l'utilizzazione della musica di una tra le composizioni più conosciute di Francesco Landini, la ballata Questa fanciull' Amor, per intonare l'Agnus Dei.

 

Il Rinascimento fu ancor più prodigo di personalità e documenti, a partire da un'altra figura primaria nella storia della musica italiana: Serafino de' Ciminelli dall'Aquila. Nato nel 1466, in un Regno di Napoli divenuto ormai aragonese, si formò alla corte del Conte di Potenza e nella sua stessa città natale, da cui partì nel 1484 per raggiungere il seguito del cardinale Ascanio Sforza a Roma; qui, in un ambiente culturale fervido e cosmopolita, incontrò Josquin, a cui si legò di amicizia. Serafino si fece notare per la sua abilità nel cantare versi improvvisati e divenne immensamente popolare in tutta Italia.

 

Attorno alla metà del XVI secolo i musicisti abruzzesi non mancarono di guadagnare fama e considerazione in tutta Italia. Tra questi fu Cesare Tudino da Atri, che pur mantenendo tutta la vita un forte legame con la propria città, fu a Roma dal 1548, come organista a San Giovanni in Laterano. Nel 1558 prese servizio come organista presso la cattedrale di Atri e mantenne quest'incarico per un trentennio.

 


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